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Sull'improvvisazione totale

Gli spettacoli con musicisti dal vivo prevedono sempre lunghi assoli improvvisati da parte del musicista e anch’io come danzatrice ho dovuto confrontarmi spesso con il baratro dell’atto improvvisato. Un luogo per me estremamente affascinante.

L’improvvisazione è una pratica esecutiva che diventa possibile solo quando l’interprete ha ben presenti le radici e le redini del proprio vocabolario gestuale. Durante l’improvvisazione quelle radici ramificano in tutte le direzioni e le redini, a mio avviso, devono essere allentate, a tratti anche abbandonate per concedersi allo “stato ramingo” tipico dell’esplorazione per il piacere di perdersi... Unica certezza il punto di partenza.
Per riuscire a “danzare più nel limite che nell’abilità” mi basta ricordare la differenza aristotelica tra i termini agire e fare, dove l’agire (nell’arte come nella vita) significa mettere il proprio atto in relazione con il senso, consapevoli della propria diversità totalmente concentrati sul desiderio.
L’artista che improvvisa in palcoscenico deve scegliere come intervenire in tempo reale in ogni frazione di tempo e di spazio. La tecnica dell’improvvisazione totale non si risolve né si gratifica della mera esibizione tecnica, benché sia indispensabile la padronanza del proprio vocabolario espressivo per approcciare l’inedito che si svela in quel momento in tutta la sua complessità.
Lo spazio scenico in questi casi io lo riduco e mi servo di pochi elementi scenici, come nel caso di "Guardami", per abitare un quadratino di legno di 2,5 metri quadrati, tre sedie in diagonale, una pallina rossa spostata dal centro.

La mia presenza in quel quadratino di palcoscenico è come quella di un ragno che in un angolo della stanza decide di tessere la sua ragnatela. Un agire-danzato attraverso il segno personale, originario e necessario proprio come quello di un ragno che intreccia il materiale da lui stesso prodotto per costruirsi la “quarta parete”. Nessuna preoccupazione dell’occhio esterno.
Nel quadratino di spazio inizia la mia trama silenziosa e sospesa nell’assoluta consapevolezza di una esposizione fragile, ma di estrema libertà. Conoscere ed apprezzare il valore dell’errore diventa indispensabile per poter maneggiare e contrappuntare i materiali creati senza pregiudizio.
Il termine stesso “improvvisato” indica l’unicità e l’irripetibilità dell’azione ed è questa caratteristica evanescente che viene catturata e tradotta nel presente. Radicato nella terra un danzautore lascia dialogare il segno con il senso mettendo la sua punteggiatura. Contenuto e segno poetico coincidono così lo spazio e il tempo.
In “Guardami” il quadrato di spazio segnato a terra è una stanza privata… la mia cassa toracica con una pallina rossa al centro. Un cuore che mi ricorda di agire dentro i suoi battiti rispettando i limiti e le possibilità del mio corpo.
Se riconosco la forza della sua fragilità, il mio corpo mi permette ancora oggi di giocare danzando. Di lasciare agire la danza senza fare danza.

Piera Principe